APPALTI PUBBLICI: ATTESTAZIONE SOA ANCHE PER LE MANDANTI

Attestazione SOA

Se l’importo dei lavori è pari o superiore a 150.000 euro, l’esecutore associato in ATI deve avere necessariamente l’attestazione SOA. Non è ammissibile, quindi, la partecipazione di un concorrente raggruppato in ATI che sia ricorso a un artificioso frazionamento dei requisiti di gara per potersi qualificare con l’apporto di una mandante priva di SOA. Mandante che, a sua volta, abbia richiesto la qualificazione in gara circoscritta ai lavori di importo inferiore a 150.000 euro.
Questo è quanto ha stabilito il TAR Lazio chiamato ad esprimersi su un provvedimento di esclusione di un’ATI composta da due imprese qualificate SOA e una qualificata, in gara, ai sensi dell’art. 90 del d.P.R. 207/2010.

In particolare, secondo la Stazione appaltante nel caso in esame:

  1. l’impresa mandante priva di attestazione SOA, non potendosi qualificare ex art. 90 cit., risultava parimenti priva del requisito di cui all’art. 92, co. 2, del d.P.R. n. 207/2010, che impone a ciascuna mandante di dimostrare il possesso di requisiti di qualificazione (economico-finanziari e tecnico-organizzativi) nella misura minima del 10% di quanto richiesto nel bando di gara (40% per l’impresa mandataria);
  1. a nulla era valso il soccorso istruttorio, perché in questa sede l’ATI si era limitata a estromettere l’impresa mandante, priva dell’attestazione SOA richiesta, rimodulando le suddette quote unicamente tra le due rimanenti imprese e non “tra le imprese costituenti il RTI”.

Sotto il primo aspetto, il Collegio ha dichiarato la legittimità del provvedimento di esclusione, aderendo all’orientamento secondo cui l’obbligatorietà dell’attestazione di qualificazione è connessa all’importo dei lavori, non alla singola quota di esecuzione.
In altri termini, solo se i lavori oggetto di affidamento risultano complessivamente di importo inferiore ai 150.000 euro, l’attestazione SOA in capo all’esecutore è condizione sufficiente, ma non necessaria, per la dimostrazione dell’esistenza dei requisiti di capacità tecnica e finanziaria richiesti dal bando di gara. In tal caso, infatti, il concorrente può partecipare all’appalto anche in forza dell’art. 90 d.P.R. 207/2010.
Se i lavori oggetto di affidamento risultano invece di importo pari o superiore a 150.000 euro, ciascun componente dell’ATI deve necessariamente essere in possesso dell’attestazione SOA.
Secondo il Giudice amministrativo, ciò trova conferma nell’assunto che, diversamente, si finirebbe per ammettere che qualsiasi appalto di importo superiore a detta soglia possa essere eseguito da tante imprese non qualificate, purché le stesse eseguano una quota di lavori inferiore a 150.000 euro.

Peraltro, come osservato dal TAR Lazio, la possibilità di comprovare all’interno di un’ATI la percentuale minima della quota dei lavori evocando l’applicazione dell’art. 90 del d.P.R. n. 207/2010 – ossia sostanzialmente con i soli certificati di esecuzione dei lavori eseguiti – trova ostacolo proprio in quest’ultimo articolo, che rubricato “Requisiti per lavori pubblici di importo pari o inferiore a 150.000 euro”, è, per l’appunto, letteralmente circoscritto ai soli lavori contenuti entro detto importo.

Anche sotto il secondo aspetto, il TAR ha confermato la legittimità dell’esclusione, poiché l’estromissione di un’impresa partecipante a un‘ATI nel corso della procedura di gara “non può essere eseguita al fine di sanare ex post una situazione di preclusione all’ammissione alla procedura medesima in ragione della sussistenza, al momento dell’offerta, di cause di esclusione riguardanti il soggetto estromesso, pena la violazione della par condicio tra i concorrenti”.
Di contro, una soluzione che intenda “impedire il controllo sui requisiti di ammissione delle imprese recedenti, consentirebbe di aggirare quelle prescrizioni che, invece, impongono il possesso dei requisiti in capo ai soggetti originariamente facenti parte del raggruppamento all’atto della scadenza dei termini per la presentazione delle domande di partecipazione”.